Friday, December 18, 2009

Ricordi

Ricordo che al mio risveglio
rami frondosi di lillà
entravano dalla finestra.
Ricordo l’odore persiano delle rosacee
e come, quando scostavo un grappolo di lillà,
la valle, il cielo, i fiori del bosco,
le api e il sole brillavano;
il fiume scintillava
come un viale acquatico d’argento,
e navi con vele come veli da sposa
lo solcavano.
Ricordo le scogliere in distanza
verdi e rugose come la coda
di un’iguana gigantesca.
Ricordo l’eccitato pigolio delle rondini
e le loro demenziali piroette aeronautiche.
Ricordo il paesaggio affabile, addomesticato,
e la brezza tra gli alberi di mele,
dolce come una lingua appassionata.
Ricordo come le mie carni gridavano,
“Oggi, in questo istante, sei amato ed ami.”

Ricordo come all’ora della sera,
nel punto più lontano di Manhattan,
l’Hudson passa
tra Ellis Island e la Statua della Libertà.
Ricordo che, di spalle ad un iperbolico tramonto,
le torri di vetro di Wall Street,
misteriose e mistiche come torri millenarie,
nel brillio della loro dorata prepotenza,
sono anthurium smisurati
che si accendono d’oro e d’argento, di turchino
e di smeraldo.
Ricordo che quest’isola,
in cui ho assaporato ogni piacere,
non è la mia casa.
Ricordo di aver osservato da un quarantesimo piano
i gabbiani planare tra i grattacieli,
e un elicottero simile a un’ape meccanica
atterrare su di un tetto come fosse una corolla.

Ricordo che in una notte insonne,
sdraiato su di un sofà,
guardavo da una finestra
le magnolie in fiore
e la luna bianca come un sudario.
Ricordo i fantasmi sfuggenti
che danzavano sulle punte
in circolo, sul bordo del bosco
ed attorno ad un falò di luce bianca.

E ricordo una distesa di zucche mature,
come un campo di battaglia di lune cadute.
Mi ricordo di essermi alzato dal sofà,
mi vedo aprire la porta e camminare sul sentiero.
Mi ricordo che gli uccelli notturni
gorgheggiavano un invito a cantare alla luna.
“Non ti ci azzardare, idiota” mi disse infuriata
la voce selenita.
Ricordo che le risposi sorpreso:
“Luna, non essere ingrata: ti ho cantata
in tutte le mie notti di veglia.”
Ricordo la lunga lista di improperi
che la luna rivolse a Saffo e a Lorca,
a Cavafis, Shelley e Keats,
a Silvia Plath ed a Leopardi.

Ricordo una quantità di cose e di immagini:
all’ora della siesta,
vedo mia madre tagliare le unghie dei piedi
al suo benamato.
In quella posa mia madre pareva Maria Maddalena.

Altre volte mi ricordo di Giulio Cesare, il romano.
Ricordo che il mese di luglio,
quando tutto è verde e l’universo canta,
porta il suo nome.
Ricordo come lo chiamavano i romani
uomo di tutte le femmine
femmina di tutti gli uomini.
Ricordo che fu aristocratico, playboy e soldato.
Ricordo che passò il Rubicone, sconfisse Pompeo e disse:

ma lo sanno tutti ciò che disse!
Ricordo che fu dittatore a vita,
che i suoi compari lo assassinarono;
che combatté cinquanta battaglie e massacrò milioni,
che credeva nelle previsioni astrologiche
ma non diede ascolto alla profezia della sua morte.
Mi ricordo che Bruto
lo pugnalò all’inguine:
che morendo disse:
ma che importa ciò che disse!

Ricordo tutto questo e molto ancora.
Ricordo migliaia di gesti, centinaia d’uomini
il cui cuore palpitò sul mio.
Quel che ricordo non è un collare,
un pendente con una chiusura perfetta,
un braccialetto che adorna la mano
che smuove le montagne,
una catena attorno ad un collo che è stato amato
ma non a sufficienza.

Ricordo tutti gli amori e gli odi.
Non ricordo invece il momento in cui nacqui,
né come fu che concepii la mia prima poesia.
E non voglio ricordare il mio volto e me stesso, soli
nell’affrontare uno specchio.
Ricordo che la morte è il non ricordare.
Ricordo, ergo sono.

Published in POESIA (Italy)
Traduzione di Antonio Della Rocca

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